Addio a un grande traduttore: Ettore Capriolo

Tradusse in italiano i giganti del romanzo di lingua inglese (Conrad, Nabokov, Hemingway), della poesia (Dylan Thomas), della politica (Harold Wilson), del cinema (Elia Kazan), del teatro (Edward Albee), dell’economia (J.K. Galbraith), della saggistica (Susan Sontag), premi Nobel (Saul Bellow, Nadine Gordimer), maestri del best-seller da aeroporto (Michael Crichton) e della spy story di classe assoluta (John le Carrè). 
Eppure la traduzione più famosa firmata da Ettore Capriolo, drammaturgo e docente alla scuola d’arte drammatica del Piccolo e intellettuale raffinatissimo scomparso ieri a Milano a ottantasei anni è quella che nel 1991 gli costò quasi la vita.

Due anni dopo l’uscita italiana di I versi satanici di Salman Rushdie (per il quale lo scrittore angloindiano era stato condannato a morte dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini), un uomo che diceva di essere un emissario dell’ambasciata iraniana chiese di incontrare Capriolo nella sua casa milanese di via Curtatone 14, con la scusa di una consulenza. Lo scopo era invece quello di conoscere dove si nascondesse Rushdie (Capriolo ovviamente non poteva saperlo; tra l’altro, aveva incontrato l’autore soltanto una volta anni prima): l’uomo aggredì il professore, allora sessantacinquenne, picchiandolo e accoltellandolo ripetutamente, danneggiandogli un tendine del braccio e provocandogli una ferita all’occhio.

Quello che a distanza di anni lo faceva soffrire più delle ferite ricevute era il trauma che la vicenda provocò alla moglie Maria e alla figlia Paola (scrittrice, traduttrice come papà, giornalista). E non gli fece piacere, come ricordò dopo essere stato dimesso dal Policlinico in un’intervista a Paolo Chiarelli del Corriere della Sera, che Rushdie «dal suo bunker protetto da decine di guardie del corpo non ha avuto il buongusto di mandare un telegramma».

Il silenzio del romanziere e la freddezza dell’editore («…io non sono stato accoltellato perché ho tradotto quel libro ma perché loro l’hanno pubblicato», disse ancora) fecero scegliere a Capriolo di non tradurre più i successivi libri di Rushdie. Il professore di Milano – che non fu soltanto un esperto di letteratura di lingua inglese: lasciò, tra le molte opere, un importante contributo alla critica brechtiana in Brecht come bandiera, medicina e strenna, pubblicato da Sipario nel 1970 – non fu l’unica vittima della serie di attentati scatenata dalla fatwa iraniana contro Rushdie: sempre in quell’estate del 1991 Hitoshi Igarashi, traduttore in giapponese del romanzo, fu accoltellato a morte. L’editore norvegese William Nygaard ricevette tre colpi di pistola da un sicario, e due anni dopo un attentato contro il traduttore turco (che si salvò) provocò 37 morti in un albergo di Sivas.

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