Il rifiuto dell’accento straniero (e la paura del contagio)

Scatta un meccanismo psicologico di difesa nei confronti di agenti patogeni estranei alla propria comunità

 

MILANO – La recente notizia giunta da Trapani sull’idea di un autobus per soli neri in stile apartheid (la politica di segregazione razziale rimasta in vigore in Sudafrica fino al ‘93 e abrogata da Nelson Mandela) riporta alla ribalta uno studio della California University pubblicato su Evolution Human Behaviour: l’emarginazione dei neri in Usa e in Sudafrica, così come tutti i comportamenti xenofobici ed etnocentrici, sarebbero dettati da un meccanismo psicologico di difesa nei confronti di agenti patogeni estranei alla propria comunità. Si tratta dell’ipotesi dell’evitamento di malattia secondo cui gli stimoli patogeni e la personale maggior vulnerabilità alle malattie sono ritenuti evitabili con atteggiamenti xenofobici ed etnocentrici.

Per evitare malattie bisognerebbe restare sempre a stretto contatto solo con membri del proprio gruppo etnico, tenendo a distanza gli stranieri che potrebbero essere portatori di nuove malattie.


COME RICONOSCERLI
 – Molti sono gli studi sulle strutture cerebrali implicate nel riconoscimento a prima vista degli stranieri e, se può sembrare ovvio quello di gialli, neri e bianchi, meno immediato può essere per un italiano cogliere di primo acchito la differenza fra un inglese e un gallese, come viceversa per un francese, quella fra un bresciano e un bergamasco. In un’ampia revisione pubblicata su Nature Neuroscience, la New York University ha indicato che i centri cerebrali con cui riconosciamo le varie razze sono principalmente quattro: amigdala (area blu nella foto sopra), corteccia cingolare anteriore (in sigla ACC, area arancione nella foto), corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC, area rossa nella foto) e area fusiforme per il riconoscimento faciale (FFA,area verde nella foto). L’amigdala agisce subito, in maniera pressoché automatica, ma funziona soprattutto per le facce straniere, mentre la FFA, pur essendo un po’ meno rapida, riconosce anche le differenze di quelle della nostra stessa razza.

BASTA L’ACCENTO – Ancor prima del riconoscimento facciale, si attiva però il comportamento di evitamento dello straniero innescato in maniera inconscia dalla percezione del semplice accento diverso di chi non appartiene al proprio gruppo. Si verifica indipendentemente dal colore della pelle: anche fra milanesi e siciliani o fra londinesi e gallesi. È una risposta emotiva che viene ulteriormente rafforzata dall’eventuale evidenza di malattie di cui i membri dell’altro gruppo sarebbero portatori. Secondo i ricercatori californiani, infatti, i più razzisti sono i soggetti patofobici che sviluppano un vero e proprio disgusto per le malattie che si esplicita nel rifiuto xenofobico.

SPECIFICITÀ ED ELABORAZIONE – La reazione di rifiuto evocata dall’accento è risultata specifica per il timore di contagio ed è più forte di quella evocata da atteggiamenti morali diversi da quelli della propria cultura o dal disgusto che può provocare un atto di violenza sessuale verso un membro del proprio gruppo. Il meccanismo di evitamento delle malattie non è peraltro una reazione meramente automatica, ma opera anche attraverso un’elaborazione cognitiva delle differenze sociali esistenti fra noi e lo straniero: l’accento siciliano del principe Tancredi del Gattopardo non suscita nel sciur Brambilla di Milano la stessa reazione di quello dell’operaio della Breda emigrato dal suo paesino siculo.

DI QUELL’ACCENTO NON MI FIDO – A prescindere dal censo, oltre al timore per le malattie che possono trasmettere, c’è anche un altro meccanismo che accomuna tutti gli stranieri: la fiducia che possono ispirare. Un altro studio dell’Università di Chicago pubblicato su Psychology & Sociology ha infatti dimostrato che l’accento straniero riduce la fiducia che può provare un interlocutore parlando con uno straniero: in un esperimento in cui soggetti di varie etnie, anche solo lievemente diverse da quella degli ascoltatori, dovevano leggere un breve articolo ad alta voce, chi non aveva accento arrivava a un punteggio di credibilità pari a 7,5, chi aveva un accento leggermente diverso otteneva 6,95 e chi aveva un accento marcato non superava 6,84.

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