Le intraducibili

Breve abbecedario di parole belle e uniche. Quelle che danno un nome a sensazioni o gesti ineffabili per le altre lingue

Sappiamo tutti di che cosa si sta parlando, ma il più delle volte ignoriamo che c’è una parola per dirlo.Perciò suona come un abracadabra, una formula magica (o un lampo di poesia) l’espressione che, tutto d’un fiato, nomina ciò che si credeva ineffabile, chiama all’appello e a rapporto situazioni o sensazioni “inaudite” solo perché non ancora registrate con un proprio nome, né ancora messe a verbale nella propria lingua. Quando però manca la parola, dorme la citazione calzante dentro un libro mai aperto, il nome sfugge, c’è sempre modo di andarlo ad acchiappare oltrefrontiera. Gli scozzesi dicono “to tartle” quell’esitazione balbettante e imbarazzata di chi, di fronte al suo interlocutore, è sopraffatto da un vuoto di memoria, dimentica il nome del tizio con cui sta parlando, e magari – circostanza aggravante – deve pure presentarlo a una terza persona che non vede l’ora di farne la conoscenza. Allora cerca invano con gli occhi, schiocca le dita, prova diplomaticamente a stimolare suggerimenti e alla fine non può fare altro che ammettere la sua imperdonabile dimenticanza. Aiuta in questo caso a cavarsi dagli impicci chiamare la pausa di silenzio col suo nome, scusarsi e riannodare il filo della conversazione chiedendosi per esempio se in Scozia capiti più spesso che altrove di incappare in una così comune defaillance.

Colma un diverso vuoto di parole quel che i tedeschi definiscono un “Treppenwitz”, che alla lettera corrisponde allo “humour delle scale”, alla battuta che ti viene in mente quando ormai sei già in fondo ai gradini, alla risposta a tono che avresti voluto dare a chi ti aveva zittito su di sopra, quand’eri ancora in sala, prima che, con la bocca chiusa e le pive nel sacco, avessi deciso di scender giù verso l’uscita. Con il favore della morfologia tedesca, l’espressione sintetizza in una sola parola composta quel che i francesi autorevolmente dicono con un sintagma più complesso, un binomio, evocando “l’esprit de l’escalier” che Diderot avrebbe voluto avere dalla sua la volta che conversava a tavola a casa di un ospite alquanto impegnativo, il banchiere e uomo di stato Jacques Necker. Provocato, il permaloso philosophe cercò in quel caso invano una replica arguta che però solo in ritardo, appunto in fondo alle scale, gli venne alle labbra. Dunque la tenne stretta tra i denti fino al momento di prendersi, nel “Paradoxe sur le comédien”, la sua rivalsa: allorché definì, con felice trovata, lo stato d’animo divenuto proverbiale dell’uomo sensibile e suscettibile che, messo in scacco nel corso di una discussione, resta smarrito, perde la testa e non la ritrova “qu’au bas de l’escalier”.

Se da qualche parte esiste un termine per indicarlo, vorrà ben dire che c’è qualcun altro che lo fa, può d’altra parte pensare con sollievo il prodigo lettore che, per ingordigia, presunzione o eccesso di buoni propositi acquista più libri di quanti poi riesca a leggerne. Esiste una parola giapponese che, definendola, esorcizza e redime questa sua colpa veniale: lo shopping compulsivo in libreria, l’accumulo di volumi destinati a prendere polvere tra gli scaffali, a rimanere intonsi, a non essere mai letti. Si dice “tsùndoku” (e non lo si confonda col “sudoku”): significa alla lettera comprare libri e metterli lì, accatastarli nel mucchio delle letture a venire, impilarli dentro grondanti biblioteche minacciose come i richiami della cattiva coscienza. Richiamandosi ai confratelli nipponici, sventolando come un monito il vizio denominato nel Sol Levante, volonterosi di vari paesi si riuniscono in gruppi bibliofili, circoli di lettura, consorzi di librai, società di lettori anonimi decisi, come gli alcolisti, a farsi riportare sulla retta via. La deviazione giapponese, l’excursus in un idioma così remoto offre per paradosso l’indicazione diretta e illuminante con cui evitare perdite di tempo e lunghi giri di parole. Un trucco prodigioso, un gioco di prestigio che solo il genio della lingua può compiere.

Che la si debba attingere da una lingua straniera, il più delle volte del tutto ignota, spesso perfino esotica, contribuisce a conferire una certa aura di magia alla parola giusta, oltre a sottolineare l’autenticità della definizione più azzeccata e a preservare l’inimitabile originalità di una denominazione di origine lontana ma controllata.

Che si debba ricorrere a termini intraducibili, a mezzi di comunicazione e di scambio irriducibili a una valuta comune e alla segnaletica condivisa, a “quella opaca categoria di concetti che si rifiutano di viaggiare attraverso le frontiere linguistiche cambiandosi la divisa” (come scrisse Salman Rushdie spendendo nella “Vergogna” una di queste monete impermutabili) aumenta l’appeal, l’intrigante preziosità delle parole rubate, importate senza pagare il pedaggio, per contrabbando, prese a prestito magari con permesso, ma certo senza dare nulla in cambio. Nella lingua di Rapa Nui, l’isola di Pasqua, ciò che si ottiene a scrocco in questo modo si dice “tingo”. Il vocabolo dalla pronuncia accattivante fa rima con “bingo”, si intona col “pongo”, significa che “se tu dai una cosa a me io me la tengo”. Si impiega insomma come nome comune di qualcosa che viene preso in prestito e non restituito, ricevuto gratis e accettato di buon grado, senza ricompensa, esborso di denaro né l’offerta (peraltro non richiesta) di un dono equivalente fatto per riconoscenza. Funziona così il traffico delle parole che, intraducibili, non ammettono versione: circolano su strade a senso unico, partono per viaggi di sola andata e, alla madrelingua che acconsente a farle girare, non apportano alcun tornaconto. E’ il senso del tingo, “The Meaning Of Tingo”, come qualche anno fa l’ha battezzato il lessicografo inglese Adam Jacot che in due volumi Penguin (tradotti, si fa per dire, in tutto il mondo), ha raccolto e pubblicato la sua mirabile collezione di forestierismi.

Ma non è un gioco linguistico riservato agli addetti ai lavori: non solo un divertimento erudito che a linguisti, filosofi del linguaggio e traduttori offre il destro per deporre la teoria e mettersi a inventariare mirabilia. Il fenomeno dà luogo a vere e proprie celebrazioni sociali. Ha cultori profani, fan appassionati, prende piede nei blog, nei forum interattivi per lettori di giornali… Stimola la curiosità, il gusto per la forma, l’attenzione poetica sulle parole e, in controtendenza al deprecato appiattimento della lingua universale – la lingua del mercato, o della rete – incoraggia vere e proprie manifestazioni di entusiasmo, o di affetto, per le parole uniche di tutto il mondo. Così questi esemplari unici ricevono premi, conquistano classifiche stilate ad hoc, entrano nel Guinness dei primati. O finiscono nei testi delle canzoni, nel nome di gruppi musicali, nelle espressioni idiomatiche, nelle insegne dei locali o sulle locandine di un film.

Nel 2007 un gruppo di comparatisti tedeschi si è costituito a commissione per eleggere la parola più bella del mondo e ha scelto la turca “yakamoz”, che corrisponde all’immagine radiosa della luna che si specchia sul mare e precisamente nomina l’iridescenza che, sul Bosforo, nelle notti di plenilunio, dona scintillio alle onde tagliate dai remi. Un solo vocabolo per una visione tanto densa di evocazioni. Non c’è da stupirsi che Yakamoz sia divenuto il nome proprio di tanti ristorantini di Istanbul romanticamente affacciati sull’acqua dalle due sponde, quella europea e quella asiatica, della città. Viene invece dalla Terra del Fuoco, dall’idioma yaghan parlato sulla punta estrema dell’Argentina, la parola record entrata nel Guinness dei primati come il vocabolo più conciso mai sentito. Ha un ritmo irresistibile, suona come un motivetto da refrain e col passo cadenzato delle sue sette sillabe – “mamihlapinatapai” – invita al muto balletto di simpatia intrapreso tra due persone che si guardano e si desiderano. Significa appunto guardarsi negli occhi volendo entrambi la stessa cosa e sperando insieme che uno dei due si decida a fare la prima mossa. Una manovra complicata e apparentemente senza via di uscita. Non sembra però un rituale di corteggiamento codificato esclusivamente tra gli indigeni dell’emisfero australe. Rompere il ghiaccio è una bella impresa anche al di fuori della Terra del Fuoco. Per rilassare gli animi, creare l’atmosfera e finalmente far sì che si aprano le danze, ben tre musicisti hanno composto brani intitolati al mamihlapinatapai: lo statunitense Ronny Cox, il latino-americano Javier Girotto con l’italiano Fabrizio Bosso.

Una band inglese, di Liverpool, ha pescato invece il proprio nome nel vocabolario della lingua inuit parlata dagli eschimesi. Si chiamano Iktsuarpok, come il sostantivo che descrive il tipico andirivieni nervoso di chi sta aspettando qualcuno e continua ad affacciarsi alla finestra, controlla lo spioncino della porta, tiene d’occhio il cancelletto del giardino. Non occorre abitare dentro un igloo e vivere isolati tra i ghiacci del Polo nord per aver vissuto una simile attesa insieme elettrizzante ed estenuante. La canzone più nota degli Iktsuarpok si intitola, guarda caso, “I’m Waiting for You”. Non è detto che preluda a un lieto fine, a un amore coronato e corrisposto, ma descrive senza dubbio un atteggiamento più tenero, promettente, comune tra gente più caliente di chi si macera col cuore sospeso tra i rigori della calotta polare la parola portoghese “cafuné”. Indica il gesto di accarezzare qualcuno sulla testa: che si gratti tra le orecchie di un gattino, si scosti dalla fronte la ciocca di capelli dell’amata o si giocherelli con le dita tra i riccioli di un bambino. E’ un’espressione che piace. Oltre che nei versi di vari pezzi musicali e all’ingresso dei Bar & Cozinha con piatti tipici della tradizione sudamericana, “Cafuné” appare nel titolo di un film brasiliano, il primo che, uscito (nel 2006) contemporaneamente in sala e su Internet, interattivamente offriva agli spettatori la facoltà di scegliersi il finale.

Parole che godono di un buon successo popolare provengono qualche volta dalla letteratura e dalla poesia. Arriva per esempio direttamente dalle pagine di Milan Kundera, da “Il libro del riso e dell’oblio”, il titolo che gli Ambassadors hanno dato al loro album dell’anno scorso: “Litost”. In ceco si chiama così il rammarico, la pena, quel misto di tristezza e rimpianto che assale chi all’improvviso prende coscienza della propria miseria esistenziale. E’ uno stato d’animo in qualche misura imparentato allo “spleen” di Baudelaire, il malumore che il poeta francese diagnosticava ricorrendo a un termine inglese (“milza”), associando oscuramente la propria noia di esistere alla teoria degli umori del corpo. Ed è una condizione dell’essere vagamente somigliante anche alla “tocka” di Nabokov, l’angoscia russa “rozzamente tradotta come cupezza o malinconia” per la quale lo scrittore ormai in esilio, alle prese con la pubblicazione dei suoi romanzi negli Stati Uniti, lamentava di non trovare un solo termine inglese corrispondente. Proprio come Kundera, che del proprio “litost” scrive: “Fatico a credere che ci sia qualcuno in grado di comprendere l’animo umano senza conoscere questa parola. Eppure inutilmente l’ho cercata in altre lingue”. Niente di più semplice allora che conservarla tal quale. Meglio ripeterla così com’è, tanto più che ha un bel suono, facilmente orecchiabile perfino per un gruppo pop. Meglio rinunciare a cambiare la sua veste, tanto più che, come segno riconoscibile di stile, porta una firma d’autore.

A proposito di veste, di firma e di autore. Un oscuro insegnante indonesiano ha dato il suo stesso nome proprio a un neologismo entrato nell’uso internazionale. Tale Jayus, noto anzitutto tra i suoi studenti per i suoi tentativi penosi di farli ridere. Raccontava talmente male le sue facezie da suscitare in classe più disagio che ilarità. E alla fine i ragazzi, non certo per compiacerlo, esasperati finivano per ridere di lui anziché con lui. Di quel prof non si sa nulla di più. Le sue lezioni però hanno lasciato l’impronta in un concetto più sottile di quello di “umorismo involontario”: l’idea di una battuta così terribile da riuscire terribilmente esilarante.

Fa sorridere, al contrario, per una comicità felice e fortunata già solo l’entrata in scena del Paperino di Walt Disney: Donald Duck. E’ buffo nella sua tipica uniforme. In testa ha un cappellino da marinaio, indossa sempre la stessa giacchetta azzurra e mai una volta che porti i pantaloni. Nessuno per questo si sognerebbe mai di ridere di lui. In Ungheria, anzi, lo hanno preso molto sul serio e in suo nome hanno inventato l’unica parola di ceppo ugro-finnico che – a parte “szimpatikùs” – abbia una qualche assonanza con le più note lingue occidentali. “Donaldkacsázás”, ovvero “fare come Paperino”, “starsene in casa in mutande”: condizione forse inconfessabile, certo intraducibile, e detta in ungherese meglio che in inglese, la lingua in cui in effetti si esprime Donald Duck.

Se Paperino ispira impronunciabili termini ungheresi, il forum Better than English, quotidianamente aggiornato online come un prodigioso dizionario poliglotta, registra tra le parole più originali che non conoscono alcun equivalente in inglese un’espressione italiana che farebbe invidia al simpatico, smutandato personaggio. E cioè: “Boh!” (scritta col punto esclamativo). Il lemma sta a metà tra il linguaggio e il rumore, significa mille cose e non vuol dire niente, spesso non serve che a tappare un buco aperto tra due pensieri. Comunque a un non madrelingua si può spiegare che sta per “che ne so?”, “pensa un po’!”, “non ne ho idea”, “per me è lo stesso”. Ma forse la saprebbe tradurre meglio Paperino, emettendo dal suo fumetto un suono che si articola più o meno come un “mhmm”, “huh?” “tsss…”.

di Alessandra Iadicicco

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