Qualche riflessione sull’emigrazione

Che tristezza leggere tutto ciò… ragazzi giovani e istruiti che pieni di tristezza lasciano il loro paese non per scelta (che sarebbe solo un bene) ma per necessità e disgusto. L’Italia, culla della cultura del mondo in un passato ormai remoto, tornerà ad esserlo in futuro? Io spero di sì. FORZA GIOVANI!

Da qualche tempo constatiamo che la nostra consulenza viene richiesta sempre di più da persone che non vogliono fare semplicemente un’esperienza a tempo limitato all’estero. No, vogliono lasciare l’Italia per sempre. 
Vedono lontano dalla patria il proprio futuro, lasciandosi alle spalle situazioni del tipo: “sono stufo di essere preso in giro”, “non sopporto più questi stipendi da fame e questa precarietà”, “non mi fanno utilizzare le mie competenze e capacità”, “non c’è vita di qualità”, “non si può pensare di far crescere qui dei figli”. Ecco solo alcune delle motivazione ascoltate.
Raramente qualcuno si fa avanti con idee positive da realizzare fuori dall’Italia. La cosa più importante sembra la spinta a scappare via da una situazione insoddisfacente. 
L’emigrazione viene spesso vista come il gesto magico col quale si raggiunge tutto quello che a casa non c’è: stipendi buoni, stima del proprio lavoro, ambiente pulito, traffico ordinato.
Muoversi, però, spinti da motivazioni “negative” è rischioso. La delusione è dietro l’angolo.
Appena mettiamo il naso fuori dai 27 paesi dell’Unioni Europea, incontriamo norme restrittive per l’ingresso degli stranieri. Ogni paese ha le sue misure di “autodifesa” per filtrare l’arrivo dall’estero. 
Il numero chiuso c’è dappertutto, anche nei nuovi 12 paesi dell’Unione, che per qualche anno ancora richiederanno un contratto di lavoro già firmato prima di alzare la sbarra di confine, come peraltro facciamo anche noi con loro.

I quattro paesi del “dream team”, cioè Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, attuano una rigida selezione basata su qualifica, esperienza lavorativa, età, lingua ed altro.
Sono veramente pochi i fortunati in grado di dimostrare di possedere tutti questi requisiti e possono, perciò, costruirsi una nuova vita oltreoceano.

Sono spesso richieste mete anche in America Latina e nei Caraibi, i quali, però, non hanno bisogno di lavoratori stranieri se non portano soldi da investire. 
È vero che in questi paesi ci sono parecchi italiani, ma spesso con un visto turistico e di conseguenza non valido per il lavoro. Se qualcosa va storto, rischiano di perdere lavoro, casa, famiglia e futuro.

Per chi, poi, riesce ad emigrare, la vita non è per niente facile. Fortunatamente non siamo più al tempo del linciaggio degli italiani in Australia o in Louisiana (vedi “L’orda” di Gian Antonio Stella). Ma l’inserimento nella vita sociale locale rimane sempre difficile per chi è straniero: lo stipendio è di solito più basso di quelli del posto; la casa è probabilmente nei quartieri-ghetto con alta concentrazione di stranieri; in caso di crisi sono i primi a perdere il lavoro; la banca è restia a dare un credito o un mutuo. Addirittura l’assicurazione della macchina può costare di più perché il proprietario è straniero.

Tutte cose superabili, come hanno dimostrato in passato migliaia di italiani. Ma, senza avere una forte motivazione positiva per emigrare, si rischia di naufragare negli infiniti meandri sulla strada dell’integrazione e di tornare a casa disillusi, incassando una sconfitta bruciante.

Emigrare significa oggi avere un progetto chiaro da realizzare. Può essere la vita in mezzo alla natura, può essere l’utilizzo delle proprie capacità, può essere la costruzione di qualcosa che a casa è impossibile, può essere l’affinità culturale.
Solo così, guardandosi allo specchio, si trova conferma dell’idea di una vita nuova: “Faccio bene ad andarmene”.

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