Bocconi e Politecnico scalano l’altra classifica: quella dei «cacciatori di teste» per le aziende

Indietro nei ranking internazionali, le nostre università vanno decisamente meglio dal punto di vista del mondo del lavoro: «Siete più preparati di molti altri, ma non sapete vendervi»

René Magritte, «Golconde», 1953
 
René Magritte, «Golconde», 1953

La vetta, per le italiane, è ancora lontana. Ma rispetto a un anno fa le cose, anche se di poco, sono migliorate. Lo dice il Global Employability Survey, il sondaggio mondiale fatto a 5.000 tra cacciatori di teste e dirigenti di grandi aziende e svolto dalle società Emerging e Trendence . I dati sono importanti per due motivi. Il primo: spiegano quali sono le università nelle quali le aziende andrebbero ad assumere. Il secondo: indirettamente finiscono per stilare anche una classifica degli atenei. Ovviamente dal punto di vista del mondo del lavoro. Poche, a dire il vero, le sorprese in vetta. Al primo posto, quest’anno, c’è l’inglese Oxford. Seguono Harvard (Stati Uniti) e Cambridge (Regno Unito). La Bocconi, 46esima, è la prima delle istituzioni accademiche italiane. Rispetto al 2012 migliora di due posizioni. Il Politecnico di Milano fa un balzo significativo e passa dal 93esimo al 74esimo gradino. La Normale di Pisa sale dal 149esimo al 144esimo posto. L’università La Sapienza di Roma chiude il quartetto delle italiane al 146esimo piazzamento (era fuori dai primi 150 lo scorso anno). A livello macro, domina l’Europa con 65 università. Quindi il Nord America (52) e l’Asia (24). «Se si cercano dei trentenni la formazione universitaria è davvero una componente fondamentale», spiega Bernard Cantournet, managing partner di Odgers Berndtson, una delle più grandi società a livello mondiale di selezione del management. «È chiaro che se il mio obiettivo è individuare un dirigente di 40-50 anni, l’aspetto accademico si indebolisce e lascia posto alle cose fatte “sul campo”». Tra noi e il mondo, secondo Cantournet, «non ci sono differenze significative sulla qualità della formazione: il sistema accademico italiano è a buon punto, spesso fa anche meglio degli stranieri, magari sa “vendersi” meno bene». Quello che manca alle università del nostro Paese, continua l’esperto, «è l’internazionalizzazione: gli atenei di questo Paese hanno poca o scarsa visibilità al di fuori dei confini. È uno svantaggio mica da poco in un mondo in cui la selezione delle persone guarda ormai fuori dal singolo Paese in modo sistematico». Non solo. Secondo Cantournet, «cacciatore di teste» da ventinove anni, un altro limite – tutto italiano – è la conoscenza delle lingue straniere. «I neolaureati conoscono poco l’inglese, quello che si può spendere a livello lavorativo. Non parliamo del francese, dello spagnolo e del tedesco. Ma oggi non si può fare a meno di sapere benissimo non soltanto l’inglese, ma anche una delle altre tre lingue principali»

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