Ecco perché gli stranieri usano meglio l’italiano

Due dei cinque finalisti selezionati finora dai giudici di Masterpiece sono di origine stranieraNikola Savic, serbo, trentasei anni, in Italia da quando era un ragazzino, campione di thai boxe. E Jelena Kuznecova, ventisettenne dalla Lettonia, in Italia da nove, centralinista. Entrambi laureati a Bologna, grintosi, sorridenti, tante letture alle spalle. Quando sono arrivati non sapevano una parola di italiano, e adesso eccoli in pole position per vincere un talent di scrittura in quella che di fatto è la loro seconda lingua.

«Ma com’è possibile?» si chiederà qualcuno.
«Hanno vinto perché sono più personaggi e in tv funzionano meglio» risponderanno le malelingue.
«Erano il minore dei mali» commenterà lo spettatore deluso dal livello medio.
«È soltanto un caso» si potrebbe tranquillamente minimizzare.

Eppure Walter Siti – non un tizio qualunque ma il vincitore dell’ultimo Premio Strega – nell’indicare la propria preferenza per Savic ha parlato di «una scrittura attenta all’espressività, allo scorrere del tempo, alle trasformazioni del protagonista», sottolineando che rispetto agli altri concorrenti c’era in lui una componente fondamentale: il bisogno di scrivere, l’urgenza.

A volte non conta soltanto come si racconta, ma perché.

E la Kuznecova? Una voce fresca, lineare, accurata, secondo la triade De Cataldo-Selasi-De Carlo, che ha fatto notare come la provenienza estera sia nel suo caso un «valore aggiunto», una spinta a raccontare le cose in maniera nuova, come un italiano non farebbe mai.
E gli errori grammaticali, l’ortografia disastrosa, la sintassi zoppicante?
Difetti inevitabili e non di scarsa rilevanza, per rimediare ai quali servirà a entrambi lavorare molto, con o senza il supporto di un editor.

Intanto, se questi due ragazzi hanno battuto i loro colleghi nonostante i problemi linguistici, è perché possiedono qualcosa in più. Sì, ma cosa? Oppure, ribaltando il punto di vista: cosa manca ai nostri aspiranti scrittori? Forse un immaginario potente, la freschezza, il coraggio, uno sguardo capace di allontanarsi dal proprio ombelico, di creare un’epica del quotidiano, di allargare l’orizzonte. In sintesi: la capacità di pensare loro stessi e il loro ambiente – che sia l’Italia intera, una città o il più piccolo dei paesini di provincia – come un mondo che si può reinventare.

E se a monte di tutto questo ci fosse anche un problema di istruzione, di scarsa abitudine alla lettura (anche da parte degli scrittori, come faceva notare Paolo Di Paolo)? L’Italia è uno dei paesi europei in cui si spende meno per la cultura: circa il 7% del bilancio familiare, ovvero la metà di quanto accade nei paesi scandinavi, decisamente meno di inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli… ma anche, a ben vedere, dei lettoni e dei serbi. Sarà un caso?

di Stefano Izzo

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