Diversità linguistica e genetica, un primato (…positivo) per l’Italia in Europa

Parlate di derivazione tedesca, occitana, francese e slava al nord, croata al centro,  e poi ancora greca e albanese al sud e nelle isole. Il panorama delle lingue tradizionali delle popolazioni italiane mette in luce una varietà davvero ragguardevole, sicuramente la maggiore in tutta l’Europa occidentale e tra le piu’ elevate nell’intero continente. Ma, a questa diversità, che possiamo senz’altro definire come  culturale – visto che alla lingua sono associate in molti casi anche tradizioni ed elementi sociali distintivi –  corrisponde una variabilità genetica altrettanto ampia?
Ricercatori di quattro grandi università Italiane (Bologna, Cagliari, Pisa e Roma “La Sapienza”) e dell’Istituto Italiano di Antropologia hanno raccolto e analizzato a partire dal 2007 i dati genetici di 57 popolazioni italiane, tra cui  tredici minoranze linguistiche che coprono un arco di territorio che va dalle Alpi fino alla Sicilia. Oltre a ricostruire le struttura genetica delle singole comunità e delinearne la storia biologica,  i ricercatori hanno potuto osservare che la diversità tra le popolazioni italiane e’ talmente ampia da essere paragonabile, e per alcuni aspetti addirittura superiore, a quella che si osserva a livello dell’intera Europa. Si tratta di un dato molto significativo se si considera la diversa ampiezza delle aree geografiche a confronto e l’eterogeneità dei flussi di popolazione che hanno interessato il continente sin dalla preistoria.
E’ forse addirittura più interessante il fatto che a questo risultato contribuiscono in misura importante proprio alcune delle minoranze linguistiche studiate, come nel caso delle comunità “paleogermanofone” e ladine delle Alpi oltre a gruppi della Sardegna. Un dato tra tutti: l’insieme delle differenze genetiche  a livello del DNA mitocondriale tra la comunità germanofona di Sappada, nel Veneto settentrionale, e il suo gruppo vicinale del Cadore, o tra quella di Benetutti in Sardegna e la Sardegna settentrionale, sono di 7-30 volte maggiore di quanto si osserva perfino tra coppie di popolazioni europee geograficamente 20 volte più distanti (come Portoghesi e Ungheresi oppure Spagnoli e Romeni).
Come possiamo interpretare tutto questo? Zoologi e botanici hanno ampiamente documentato che la biodiversità animale e vegetale del nostro territorio è tra le maggiori nel mediterraneo e in Europa. Questo dato è in buona misura legato all’estrema estensione latitudinale dell’Italia e alla sua posizione di corridoio naturale tra l’Europa centrale e il mediterraneo. Questa stessa condizione ha avuto un riflesso anche nei processi recenti di popolamento umano (dal medioevo in poi), rendendo il nostro territorio una zona di convergenza, e anche di mescolamento, tra flussi migratori da diverse parti dell’Europa. Fenomeni locali di isolamento hanno poi, in alcuni casi, determinato una notevole differenziazione delle comunità di migranti non solo dai gruppi limitrofi residenti ma anche dalle stesse popolazioni da cui si erano originati. L’insieme di questi fattori ha lasciato dei segni talmente forti sulla struttura genetica delle popolazioni italiane, tanto da determinare una diversità genetica così elevata da reggere il confronto con quella osservata nell’intero continente.
Ma i risultati dello studio hanno anche un’altra chiave di lettura: sia il patrimonio culturale che quello biologico delle popolazioni italiane portano evidenti testimonianze della convivenza e degli incontri tra genti diverse che hanno avuto luogo già molto prima dei flussi migratori recenti. Un’evidenza scientifica, ma anche una riflessione che può aiutarci ad affrontare in maniera più serena e consapevole un presente e un futuro pieni di occasioni di confronto con i portatori di nuove identità.
Giovanni Destro Bisol
 
Riferimenti:
Capocasa M. et al. Linguistic, geographic and genetic isolation: a collaborative study of Italian populations. Journal of Anthropological Sciences, volume 92, doi 10.4436/JASS.92001.
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