Competitività dei talenti, l’Europa supera gli Stati Uniti. Ma l’Italia è 36esima: peggio di Cipro

L’Europa scalza America e Asia nel ranking di “competitività dei talenti”, con otto posizioni su dieci nella top 10 mondiale. L’Italia? Non va oltre la 36° posizione: peggio di Cipro, Estonia e Montenegro. Addirittura 20 o 30 gradini sotto Regno Unito, Svizzera o Islanda. Il Global Talent Competitiveness Index, pubblicato dalla business school Insead per il gruppo Adecco, ribadisce lo scarto tra il nostro paese e il resto del Continente nella capacità di attrarre, sviluppare e conservare i “talenti in fuga” sul mercato del lavoro.

La ricerca analizza 103 paesi in base a sei criteri, a loro volta scomposti in 48 variabili: agevolatori (benefit, finanziamenti), attrazione, crescita, “ritenzione”, competenze lavorative e professionali, competenze di conoscenza globale. I risultati premiano soprattutto l’Europa centrale e settentrionale. Con le sole eccezioni di Singapore e Usa, classificati in seconda e ottava posizione, i 10 gradini più alti del ranking si concentrano a nord delle Alpi: Svizzera (1°), Danimarca (3°), Svezia (4°), Lussemburgo (5°), Paesi Bassi (6°), Regno Unito (7°), Finlandia (8°) e Islanda (10°). Il bilancio è da record. Cambiano le percentuali interne: la Svizzera, in vetta per finanziamenti e stabilità di sistema, scivola alla 18° posizione nell’attrattività dei talenti stranieri.

 L’Italia è valutata con un punteggio di 51.64, contro la media di 58.40 registrata tra le nazioni con livello di ricchezza simile. Che cosa va, e soprattutto, non va nel nostro paese? I sistemi di formazione primaria, universitaria e accademica viaggiano su medie europee, qualificando l’Italia al 33° posto. Il buco vero e proprio si scava nel “dopo”: le pagelle di apertura internazionale, opportunità professionali e rapporto uomo/donna sul luogo di lavoro fanno scivolare il sistema Italia alla 79° posizione. Più di 70 gradini in meno rispetto alle medie di Helsinki o Amsterdam in auna gamma di parametri che include le «competenze di conoscenze globali» (ad esempio, famigliarità con lingue straniere?) e investimenti nell’istruzione. Sempre nel nostro paese si accentua la cosiddetta «digital divide», lo sbalzo tra generazioni nella padronanza dell’informatica di basa. Un adulto su quattro è privo dell’abc con il computer, come l’utilizzo del mouse. Ma il risultato è identico in Corea del Sud, patria di colossi della tecnologia come Samsung e Lg.Ben più allarmanti i numeri del “mismatch”, il divario tra competenze e qualifiche professionali. Soprattutto in Europa, con o senza i punteggi lusinghieri delle sei griglie di Insead: un lavoratore su cinque, il 21%, ha qualifiche troppo alte rispetto al lavoro svolto. Con conseguenze su retribuzioni e produttività.
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