Bilinguismo ed eccellenza: così il Canada punta ai cervelli stranieri

Un brand e 5 milioni di dollari all’anno per attrarre studenti da Brasile, Cina, Messico. E dall’1 giugno, più facile ottenere permessi di studio

di Antonella De Gregorio

canada
Immagina la tua vita, il tuo futuro. Immagina di studiare in un luogo accogliente, dove hanno spazio strutture educative di qualità elevata, bellezze naturali, diversità culturali, agiatezza diffusa, alti standard di sicurezza. Nel secondo Paese al mondo per superficie dopo la sterminata Russia, quattordicesima potenza mondiale per Prodotto Interno Lordo. Immagina un gigante che funziona, con 26 università nel Qs World University Ranking, tre delle quali nelle prime 50 e le due top (University of Toronto) in 17esima e (Mc Gill, a Montreal), 21esima posizione.
La campagna

Una potenza, che sui «cervelli» – di casa e di fuori – sta giocando una partita importante. Con un marchio («Imagine Education au/in Canada») che il governo federale, insieme alle province e ai Territori (che hanno in mano l’educazione del Paese) ha creato per entrare da vincitore nell’arena dell’educazione globale. Un logo coperto da brevetto, pubblicizzato in 90 Paesi: una foglia d’acero stilizzata, il simbolo più riconoscibile del Canada. Uno slogan che richiama il bilinguismo e invita gli studenti a interpretare e sognare quello che potranno fare della loro vita. E l’obiettivo di raddoppiare entro il 2020 la quota di studenti stranieri presenti sul proprio territorio. Il tutto, mantenendo un alto standard d’istruzione e drenando un po’ di quei talenti che magari prenderebbero altre strade.

Capitale umano

Perché gli studenti che vengono da fuori sono una miniera d’oro: capitale umano da coltivare per dare una spinta all’economia, testimonial dell’eccellenza dell’istruzione di un Paese. A contenderseli, le università di tutto il mondo. Ad accaparrarseli, finora, quattro player principali: Usa, Regno Unito, Australia e Canada, dove si immatricolano più del 60% dei tre milioni e mezzo di studenti che, per completare la formazione, scelgono un Paese diverso dal proprio. Eccellenze didattiche, lingua d’insegnamento, qualità della vita: quali che siano le ragioni della scelta, l’Italia sembra esclusa dal banchetto della globalizzazione. Con uno smilzo drappello di 77mila studenti stranieri nelle aule, registra negli ultimi anni addirittura un calo nel numero di matricole con passaporto non italiano. Gli altri Paesi, invece, corrono: il Regno Unito (quasi 428mila stranieri) è cresciuto del 62% tra il 2002 e il 2010; l’Australia (257.637 studenti da fuori) del 42%. Francia e Germania veleggiano tra i 210 e i 270mila «ospiti».

Cina e India

Quanto al Canada ha registrato, tra 2002 e 2009, un boom di immatricolazioni pari al 67%, passando da 52.650 nuovi studenti nel 2002, a 88mila nel 2009: vengono da Cina (18mila studenti all’anno), India (11.500), Corea (10.500), Arabia Saudita (quasi 7mila), Francia (5.650), Stati Uniti (4.600). Ma anche Messico (2.930), Germania 2.450) e Brasile (1.807). L’ Italia non figura tra primi 25.

La concorrenza

Gli Stati Uniti continuano a essere la meta d’elezione – 740mila studenti nel 2012 – ma ora il Paese dell’acero vuole ridurre le distanze. E attraverso la «International Education Strategy» punta ad attrarre i cugini confinanti (con rette più basse di quelle delle università americane) e gli studenti dei mercati «più interessanti»: tali, secondo una commissione appositamente istituita, sono Brasile, Cina, India, Messico, Vietnam, Medio Oriente e Nord Africa.

Investimenti

Aumentare la quota di studenti internazionali nelle università del Paese, ha stimato la commissione, porterebbe 10 miliardi di dollari di entrate aggiuntive e fino a 86mila nuovi posti di lavoro. Sul piatto, il governo – che in educazione investe 7,4 miliardi di dollari l’anno (37 milioni al giorno), ha messo un investimento di 5 milioni di dollari l’anno per i prossimi anni. E altri 13 milioni in due anni per offrire agli studenti stranieri opportunità di internship e di ricerca. Un aiuto è appena arrivato anche dalle leggi sull’immigrazione: dall’1 giugno è più facile ottenere visti e permessi di studio e si può modificare la tipologia del proprio permesso di soggiorno senza bisogno di uscire dal Paese.

 Borse

Tra le raccomandazioni della commissione per l’internazionalizzazione c’è anche un capitolo dedicato alle borse di studio, da potenziare, e da strutturare un po’ come i programmi Fulbright, che hanno aiutato ad arrivare alla laurea 192mila studenti, negli Stati Uniti, dal 1946. O le Chevening Scholarship, di cui hanno beneficiato, nel Regno Unito, 38mila universitari, dal 1983. Il calcolo della commissione è che organizzando diversamente e raggruppando tutte le opportunità esistenti, si potrebbero finanziare duemila laureandi internazionali e mille dottorati l’anno.

Corriere della Sera

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