Le insidie spagnole e l’idea di cavarsela con una «s» alla fine

È la lingua più parlata al mondo dopo il cinese. E si crede (sbagliando) di saperla già benissimo

di Agostino Gramigna

Racconta Elionor, insegnante di spagnolo a Barcellona, che una sua allieva italiana non si capacitava della reazione avuta da un’amica di Alicante. Le aveva scritto una lettera iniziando con «Cara Maria»: ma in castigliano «cara» significa, faccia, viso. Effetto comico: l’amica ha detto: «Faccia Maria, come stai?».

Inconsapevolmente, l’allieva di Elionor ha peccato di «eccesso di ottimismo». Un’espressione usata dagli insegnanti di lingua per descrivere l’italiano medio quando si approccia allo spagnolo. In molti casi (l’italiano medio) è convinto che basti posizionare una «s» alla fine di ogni parola per parlarlo. Spesso l’inganno deriva invece dal fatto che molte parole sono identiche ma hanno significati diversi. «Burro», ad esempio, in spagnolo significa «asino».

Parlare spagnolo non è dunque per nulla facile. Ne sa qualcosa Laura Pausini, che ha spopolato con le sue canzoni in tutto il mondo ispanico-parlante. Qualche anno fa, rispondendo alle domande di un giornalista messicano, disse: estoy embarazada. L’artista italiana voleva dire che era emozionata, imbarazzata. Il cronista invece credeva di aver ricevuto una notizia: Pausini è incinta (embarazada in castigliano significa appunto essere in dolce attesa).

Montse Vinardel lavora al Park Güell di Barcellona (ci tiene a dire che si scrive Park con la «k» e non con la «c» come spesso usano fare catalani e italiani, perché così voleva e intendeva il suo realizzatore, Antoni Gaudí). Ogni giorno è a contatto con turisti di diverse nazionalità. E conferma che per gli italiani la «s» è sinonimo di padronanza della lingua. «Sì è vero, gli italiani l’aggiungono ovunque ed ecco che per loro è fatta: “hablan espanol”. Da noi la maggioranza dei turisti italiani si comporta così».

Montse Vinardel fa notare ironicamente che su questo siamo pari. «Noi spagnoli e voi italiani». I suoi connazionali fanno la stessa cosa: l’equivalente della loro «s» è in molti casi la «i». «Sono convinti che per parlare italiano basti mettere questa vocale alla fine di ogni parola. Così pur non avendo mai fatto un solo minuto di corso fanno finta di saperne».

Dice anche che gli altri stranieri sono diversi dagli italiani: non cercano di parlare lo spagnolo a tutti i costi se non lo conoscono. «I francesi comunicano solo nella loro lingua (e te la devi cavare tu); i tedeschi fanno lo sforzo di comunicare in inglese e i portoghesi usano il portoghese perché tra noi ci capiamo. Fortunatamente a Barcellona l’italiano non parla il catalano. Perché è affascinato dal castigliano, dalla Paella e dalla Sagrada Famìlia».

Ma studiare e imparare lo spagnolo non è solo un modo per evitare l’effetto comicità. In futuro potrebbe essere una grossa opportunità. In anni di crisi finanziaria durissima per la Spagna (disoccupazione in aumento, tagli alla spesa pubblica e alla cultura), la risorsa economica spagnola che resta e che è destinata a crescere è la lingua. Già oggi nel mondo è la seconda parlata dopo il cinese (per diffusione e trasversalità geografica è la prima). Sono più di 500 milioni gli ispano-parlanti (il 7,5% della popolazione mondiale) e a differenza del cinese o dell’inglese (in calo) è la lingua che maggiormente si sta diffondendo. Proiettando i dati nel futuro, fra quattro generazioni il 10 per cento della popolazione mondiale parlerà ispanico.

Il trend non riguarda solo la spagna o il continente latinoamericano. Los Angeles, per fare un esempio, è la seconda città per numero di messicani. In Cina aumenta il numero delle persone che studia spagnolo in poco meno di 100 università. E su twitter e social network solo l’inglese batte la Spagna. Che sia il caso di scommetterci?

Corriere della Sera

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