Le figlie di Enrico VIII: due regine, due Inghilterre

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Che mondo, quello dei Tudor. Di una dinastia che — con la sua vicenda, dal 1485 al 1603 — segna i destini inglesi cambiandone in profondità i connotati. L’Inghilterra: una nazione che, sul finire del medioevo, balbettava, gravata da trent’anni di guerre civili, si ritrova, alla morte di Elisabetta, energica, dinamica, prospera. In linea con le nazioni più sviluppate del tempo. Consapevole di avere la forza di potersi confrontare, da pari a pari, con le principali potenze europee. E ciò fu possibile, certo, grazie a una somma di fattori. Ma contò, e molto, chi era al comando. E al comando c’erano loro, i Tudor, ora celebrati in una mostra al Musée du Luxembourg di Parigi.

La storia della famiglia è epica. Dentro c’è di tutto: intrighi, amori, congiure, assassini, passioni. Ma anche senso dello Stato e volontà di governo. Decisionismo e autorevolezza. Visione politica e senso di una narrazione ideologica che fu uno degli ingredienti principali della «età dell’oro» elisabettiana. Le origini si perdono nella caligine. Nel loro Pantheon c’è un capostipite. Un gallese. Owen Tudor. Si sa poco di lui. Fu cortigiano. Guardarobiere. Ma fece fortuna perché amante (e, forse, sposo) di Caterina di Valois, vedova di re Enrico V d’Inghilterra. Leggenda vuole che la regina si innamorasse di lui: presa da passione, osservandolo mentre danzava. Insieme, fecero sei figli. Da qui si diparte una linea, che ha un eroe, Enrico VII. È lui che batte Riccardo III a Bosworth nel 1485. È lui che instaura un lungo periodo di pace e pone fine alla guerra delle Due rose, tra York e Lancaster.

Ma in questo Pantheon c’è una figura che giganteggia. Un Urano, che tutto divora intorno a sé: mogli, figli e figlie, collaboratori, amici. Che fu amato dal popolo, perché incarnava lo spirito della cortesia e del potere sovrano. E, soprattutto, della pace ormai raggiunta: Enrico VIII. Il suo successo si fondò proprio sulla pace: sia all’interno sia verso l’esterno, tanto che il suo regno si atteggiò da mediatore tra le grandi potenze del tempo nei loro conflitti. Si guarda all’impero spagnolo, con il matrimonio dello stesso Enrico con Caterina d’Aragona. Si guarda alla Francia, con il trattato di Noyon del 1516.

Il Paese pacificato comincia a muoversi. Le energie si proiettano altrove. Il mare attrae sempre di più per le sue risorse. Davanti all’Inghilterra c’è un mondo nuovo: da scoprire, colonizzare. E la Corona incarna questi nuovi impulsi. Li incanala, cercando di smussare eccessi ed estremismi. Ma la mentalità inglese stessa si sta trasformando. Sull’isola si infrangono le ondate della nuova tensione religiosa che sta invadendo l’Europa. La tradizione scolastica non convince più. È il tempo di un umanesimo cristiano che trova in Erasmo un propagatore eccezionale. E c’è tensione: contro le istituzioni ecclesiastiche e gli ordini mendicanti. Percepiti come sanguisughe. Baluardi di un ordine non solo spirituale ma economico e politico che ha il suo epicentro non a Londra ma a Roma.

Le ostilità aumentano. Enrico e la sua corte le avvertono. Ma per il re comincia un’avventura personale, che è simmetrica con quanto accade in Inghilterra. Lui è stanco di Caterina, che non gli dà il desiderato erede. Vuole altro. Si invaghisce di una dama di corte, Anna Bolena. Una passione che cambierà le sorti inglesi — ed europee. Con una scelta di campo rivoluzionaria: il 23 maggio 1533 l’arcivescovo di Canterbury annulla il matrimonio con Caterina. Cinque giorni dopo viene sancita la nuova unione con Anna. Inizia l’avventura dei sovrani inglesi come capi supremi dell’autocefala Chiesa anglicana.

È un ribaltamento di fronte epocale. Che ha un risvolto singolare nella vicenda della famiglia. Perché è come se, da questo momento in poi, vi sia un unico maschio, immenso, che domina su tutto. Cioè Enrico. E un universo al femminile che subisce le sue violente decisioni ma, nello stesso tempo, se lo contende, lotta per averlo o cerca di distaccarsene. Una fascinazione dalle chiavi psicologiche complesse, che riguarda non solo le sue mogli, ma anche il destino delle figlie di Enrico — la cattolica Maria e l’anglicana Elisabetta —, che si disputeranno il trono una volta venuto a mancare il legittimo erede maschio. Il figlio della terza moglie di Enrico, Jane Seymour, il tanto amato e protetto Edoardo VI. Re che salì al trono giovanissimo, a neanche dieci anni, nel 1547; ma che morì poco dopo, nel 1553.

Maria e Elisabetta. Due donne e due caratteri che assorbono il modello paterno ma, d’altro canto, lo rifiutano. E ne riproducono l’energia in uno scontro, tra loro, che è ideologico e politico, ma, al contempo, personale. Quando Maria arriva al trono nel luglio 1553, a 37 anni, si capisce quanto forte sia il suo desiderio, per dirla in termini freudiani, di «uccidere il padre», di annullarne le decisioni, soprattutto in campo religioso. E così fa. Ripristina il cattolicesimo. Guarda al Concilio di Trento. Si sposa con Filippo II, per rinsaldare i legami con la cattolicissima Spagna. Reprime i protestanti: e, nel farlo, fa imprigionare la rivale, la sorellastra Elisabetta. Chiusa, per non nuocere, nella Torre di Londra.

Il destino di Maria fu terribile. Voleva un erede, per continuare la dinastia. Un giorno, l’illusione: il ventre è grosso. Il ciclo interrotto. Si spera, si prega. Ma non è l’erede sognato. È un tumore. In mancanza di un figlio, tutti sapevano che, morta lei, la restaurazione del cattolicesimo sarebbe naufragata. E così fu.

Comincia una nuova era. Davvero al femminile. L’era di Elisabetta. Di Astrea. Della dea-lunare Diana, cantata da Ben Jonson come «regina e cacciatrice, casta e bella». La Vergine-Regina: per tutto il suo regno, che fu lungo, dal 1558 al 1603, la verginità della regina si usa come potente arma politica. Elisabetta civetta con tutti, gioca con uno o l’altro pretendente. Ma non si sposa mai. Come scriveva Frances A. Yates nel saggio Astrea(Einaudi) «di qualunque genere fossero le frecce scagliate da Amore, la vestale imperiale passava oltre, immensa, in verginale meditazione». Elisabetta: eterna, mitologica e sola. Incarnazione di un potere che ormai ruggisce sul mare. Che esprime la generazione degli Shakespeare, dei Drake, dei Raleigh, degli Hawkins. Combattiva. Avventurosa. Che vede dischiudersi nuove opportunità e sa profittarne. E lancia l’Inghilterra verso iSaturna regna. Verso il futuro. Là dove si sarebbe compiuto il ciclo di Astrea.

Amedeo Feniello

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